Il ridicolo di scrivere

«Preferisco il ridicolo di scrivere poesie
al ridicolo di non scriverne».

Wisława Szymborska, da “Possibilità”

… perché poi era questa alla fine la paura più grande, il ridicolo di scrivere. Inventare storie che nessuno avrebbe apprezzato, forse criticato, o forse mai letto.

Ma ancora più ridicolo il fatto di tenersi tutto dentro e non conoscere mai il piacere di farlo. Perché prima di tutto scriviamo per noi, per scappare per un attimo dentro le nostre storie, per chiudere la porta di un mondo e farsi trovare pronti per quell’altro.

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Caro mare …

Non so spiegare l’attrazione verso il mare. Ci devo essere nel mezzo, devo sentirne l’odore, devo vedere le onde che mi arrivano sino all’asciugamano. E ci devo essere da solo, o solo con quelli che ho portato.

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Il rumore del mare

“Digli che ascolti il rumore del mare dentro la conchiglia” e così fece.
Scese nel profondo del mare, accarezzato dalle correnti e dalla poseidonia, e spostata una stella marina, rossa come il suo sangue, trovò la conchiglia che cercava.
Ci mise dentro tutto il rumore del mare, e tornò in superficie.
Ora aveva tutto quello che gli serviva per rilassarsi quando l’eccitazione del suo ricordo lo tormentava.
Ma loro erano figli del mare, quel rumore gli svegliava le forze che doveva lenire, e il maestrale della scogliera si infrangeva sul faro che voleva assopire.
Il rumore del mare dentro la conchiglia era il suono che cercavano per confondersi negli elementi, era il suono del loro respiro.
Allora prese la conchiglia, la ributtò in mare e si sedette sotto il faro, lei comunque sarebbe arrivata con la marea della sera, sarebbe arrivata come ogni sera.

Faro di Mangiabarche

Calasetta, il Faro di Mangiabarche (foto di Nicola Friargiu)

 

 

 

Sfogo di una notte di mezza estate

In quella sua costante ricerca di essere mandata a quel paese ci doveva essere sicuramente qualcosa di diabolico.
Non era possibile che una donna così passionale fosse anche in grado di riuscire a rendersi antipatica e odiosa come solo lei sapeva fare.
Quel bisogno costante, assiduo e incommensurabile, perseguito con una glaciale devozione, nel mostrarsi così superficiale nei rapporti personali, non doveva essere solo frutto di uno sfogo egoistico.
I suoi alibi, forse anche legittimi, non potevano ogni volta scusare le sue mancanze di rispetto verso chi le voleva bene.
Perciò quella sera, mentre lei rinchiusa nella sua caverna credeva di avere lasciato tutto e tutti al di fuori, lui si presentò all’ingresso, e con tutta la voce che aveva dentro, le urlò di andare a quel paese … aspettò che anche gli echi della caverna rincarassero la dose per essere sicuro che il messaggio fosse arrivato, e soddisfatto tornò a casa.

Io sono vento

Io sono come vento che soffia
Sono come vento che ti accarezza, che ti sfiora nel vederti arrivare
Sono come vento che ti scompiglia i capelli, lasciandoli confusi sul cuscino, mentre mi guardi e già aspetti il mio ritorno
Sono come vento che si insinua nei vestiti, si confonde nei tuoi pensieri e ovunque senti dove voglio andare
Sono come vento, che sale avvolgendoti le gambe, che sale sfiorandoti il ventre, che sale fino a farti inarcare la schiena ormai persa nella mia irruenza
Sono come vento, quell’odiato vento da cui fuggi e non puoi star lontana, da cui sei cento volta fuggita e che ora aspetti che presto ritorni a soffiare

Sono come vento che scappa fra le dita perché nulla ti posso lasciare se non il ricordo di me

 

Vento

Malocchi e fatture

Spesso cerchiamo alibi per giustificare le situazioni che ci girano intorno. Ma siamo noi che creiamo le situazioni attorno a cui si intreccia la nostra vita.

Non so se poi malocchi e fatture facciano davvero parte del nostro cammino o superstizioni del passato, ma prima di scomodare antichi malifici fermiamoci a parlare con noi stessi.

Grazie alla Strega Urbana per questo post.

Sorgente: Malocchi e fatture

Il mistero dei sogni

“Sei venuta a trovarmi di notte. Non lo facevi più da anni, non ti aspettavo”. Bello, l’attrazione era sempre quella, lei con la camicia sbottonata e l’identica voglia di saltarci dentro. Rivivere ancora quell’emozione su quelle scale che spesso li avevano ospitati, quella gioia assieme, era un ricordo  ordinatamente nascosto, che più aveva visto la luce. Era anche riemerso quel bisogno di staccarsi che per tanto non gli avevano dato retta.
Nello stesso sogno due sensazioni così distanti fra loro. Strane le regole che governano i sogni.

La mattina dopo si era risvegliato con una serenità che si leggeva in viso.
Dopo un paio di giorni lo aveva chiamato sua sorella mentre in treno si spostava in uno dei suoi soliti viaggi. “Ciao, ti ricordi di quella ragazza? … si quella. Scusami, ma devo dirti una cosa triste. Lei ha deciso di andarsene. Si è lasciata andare in casa sua e la Polizia pensa che il decesso sia avvenuto due giorni fa”.

Gli occhi lucidi a stento contenevano la rabbia. Non arriverà mai a capire gesti tanto estremi. Eppure, aveva voluto tenersi per se la presunzione che quello di due giorni prima era stato il suo modo di salutarlo. Gli rimase un ultimo pensiero “torna a trovarmi se puoi”. Le regole che governano i sogni le conosce solo Iddio.

Ciao