La Dea Ishtar – Parte Terza

Lui, riassumendo la situazione al museo, le disse dei curiosi simboli che uscivano dalla mummia e dei fatti strani avvenuti. Ora aveva bisogno di sapere se stesse bene e se era in grado di capire quei simboli. Ne aveva già studiati in precedenza da culture simili.
Lei gli raccontò della grotta, dei simboli ripetuti nella stanza degli affreschi e di come le mummie fossero allineate.
Ora sembrava chiaro che i simboli non fossero solo adorni alla grotta. Ma perchè quei strani fenomeni al museo?

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La Dea Ishtar – Parte Seconda

Lei si apprestava ad entrare nella grotta.
L’autista turco della missione era andato presto a prenderla in albergo e l’aveva accompagnata sino all’ingresso del sito archeologico. L’uomo, pelato e dai grossi baffi neri, aveva fatto il galante per tutto il viaggio.
Aveva addiritura cercato un contatto audace con la scusa di spolverarle la camicia. Ma a parte un leggero scappellotto e un sorrisino, quella mattina non rimediò nient’altro.

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La Dea Ishtar – Capitolo Primo

Era arrivata alla missione di Haijra in una calda mattina di Giugno.
Strano vedere una matematica in un’area archeologica, ma la grotta sotto il palazzo del Re Caldeo Jaber, scoperta a seguito dell’esplosione di una mina, aveva portato alla luce una stanza particolare e avevano richiesto il suo aiuto.
Lei, comunque, non poteva rimanere in Dipartimento ancora dell’altro. Troppe cose la turbavano, e come avrebbe voluto dirle la “causa dei suoi turbamenti”, meglio portare la sua quiete ovattata in Turchia che provare ad affrontare le sue agonie. Si erano lasciati un pomeriggio d’Inverno con tante cose ancora da dire e qualcuna forse da fare, ma lui voleva correre troppo e lei voleva correre via.
La mattina della sua partenza si guardarono appena e lui ringraziò la mummia Caldea sulla sua scrivania, appena arrivata ai Musei Nazionali.
Pensò che poteva sostituire una mummia con un’altra. La sua acidità in quei momenti era devastante e lo sapeva.

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La Strega

Zora aveva imparato i segreti delle erbe mediche nell’Isola dell’Ovest ma la sua passione erano le erbe magiche apprese nei testi proibiti delle vecchie del suo paese, e i malcapitati che incrociavano il suo sguardo erano le sue vittime.
Da poco aveva con se un mastino da combattimento, usato spesso in battaglia, trasformato dalle sue pozioni in cane da compagnia solo per soddisfare il suo egoismo.
Aveva pozioni per ogni uso, ammaliatrici o semplici pozioni del sonno, ipnotiche o capaci di trasformare vergini in donne affamate.

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Il Vampiro – Capitolo Terzo

Le nuvole basse, scese dai monti come valanghe ovattate, entravano in paese, forse per proteggerlo per quello che stava per accadere.
Invece, nel buio delle nubi, Lui avanzava con sicurezza, assettato di sangue e di vendetta. Era troppo pericoloso muoversi con la luce del sole, doveva aspettare la notte.
Il tempo non migliorò.
Nubi cariche di pioggia non facevano passare i raggi del sole, regalando al Vampiro nuova energia.
Bastovich quella sera andò a casa di Helain. Lei abitava al secondo piano di una graziosa casetta in centro al paese.
La carrozza lo lasciò abbastanza vicino alla casa della ragazza, ma la pioggia e il vento lo resero quasi impresentabile agli occhi di lei … che invece lo accolse a braccia aperte.
Saltando di tetto in tetto il Vampiro arrivò sulla casa davanti.

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Il Vampiro – Capitolo Secondo

Una fredda notte di inverno, quando Zora ritornò da lui, la riconobbe subito.
Lasciato cadere il mantello dietro di sé, la Vampira si mostrava in tutta la sua bellezza. Non aveva bisogno di usare gli occhi per ipnotizzare le sue prede, lei conosceva i limiti degli uomini, ci giocava di continuo provocandoli fino alla morte.
Bastovich non riusciva a distogliere lo sguardo da lei, attratto e terrorizzato da quella bellezza infernale.

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Il Vampiro – Capitolo Primo

La luna filtrava appena nella folta macchia, e il freddo di quella mattina si sentiva addosso come una seconda pelle. Il sentiero verso il capanno si confondeva fra il buio e la nebbia, e ogni passo di Maxim e del suo cane era accompagnato dallo cricchiolare dei rami ghiacciati. Quella mattina, Maxim non si sentiva a suo agio, stringeva il fucile per darsi coraggio e avrebbe voluto essere da un’altra parte, ma non poteva tirarsi indietro. Ogni rumore lo spaventava, gli sembrava che dietro ogni foglia ci fossero occhi che lo fissassero. Guardava nervoso il suo cane, come se potesse avvertirlo di qualsiasi pericolo. Quando, entrati in un banco di nebbia più fitto del solito, perse di vista l’animale. La condensa del suo fiato si confuse con la nebbia e il cuore sembrava scoppiargli nel petto.

Lui gli apparve davanti.

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La paura di sapere

“Gli istanti che passano,
l’ansia che rimane,
un semplice gesto,
la voglia di dirle solo ‘notte
incompresa all’orgoglio”

Chiuse il suo taccuino e appoggiò la matita sul sedile della macchina,
accanto alla pistola, e guardò fuori. Era stanco. La luce gialla del
lampione filtrava appena nella nebbia di quella sera. Ma era la stessa
nebbia che accompagnava i suoi pensieri. Gli capitava spesso di
scrivere quando era solo in missione. Era facile. Scioglieva la
fantasia e non pensava a quello che doveva fare.
Avrebbe voluto fumare una sigaretta, giusto per soddisfare più il
bisogno di rifugiarsi in qualunque cosa, che altro.
Perché lui non fumava.
Non voleva fare quello che stava facendo, ma ormai non si
fidava più di lei e doveva scoprirlo. Le minacce che aveva ricevuto
erano pericolose e non voleva lasciare nulla al caso.

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