La paura di sapere

Rispolverato dal cassetto dei ricordi …

i pensieri del viandante

“Gli istanti che passano,
l’ansia che rimane,
un semplice gesto,
la voglia di dirle solo ‘notte
incompresa all’orgoglio”

Chiuse il suo taccuino e appoggiò la matita sul sedile della macchina,
accanto alla pistola, e guardò fuori. Era stanco. La luce gialla del
lampione filtrava appena nella nebbia di quella sera. Ma era la stessa
nebbia che accompagnava i suoi pensieri. Gli capitava spesso di
scrivere quando era solo in missione. Era facile. Scioglieva la
fantasia e non pensava a quello che doveva fare.
Avrebbe voluto fumare una sigaretta, giusto per soddisfare più il
bisogno di rifugiarsi in qualunque cosa, che altro.
Perché lui non fumava.
Non voleva fare quello che stava facendo, ma ormai non si
fidava più di lei e doveva scoprirlo. Le minacce che aveva ricevuto
erano pericolose e non voleva lasciare nulla al caso.

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Through The Window – Chris Cornell

” … I saw you suffering
Through a foggy window in the rain
When you thought no one was watching, yeah
Going through your memories
Like so many prisons to escape
And become someone else
With another face
And another name
No more suffering …”

 

Non è il brano più famoso di Chris Cornell, ma è quello che forse mi ha fatto più viaggiare, e per un viandante non è cosa da poco. Molti ricordi legati a questa canzone. Sei andato via troppo presto Chris, attraverso quella finestra c’erano ancora  molte cose da guardare.

Il massaggio

L’unica cosa che aiuta a fare passare il mal di schiena è il calore. Per quanto lei si rifiutasse di crederlo era la verità. Dopo tanta insistenza, riuscì a sfilarle un top meraviglioso che le aveva regalato tempo prima, e lei gli indicò la zona dolorante.
Certo, non era facile lavorare in quelle condizioni, l’occhio gli cadeva spesso sotto al braccio dove appariva appena la base del seno o anche alla fine della schiena, ma lui doveva rimanere concentrato, appunto, sulla schiena.

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Il rumore del mare

“Digli che ascolti il rumore del mare dentro la conchiglia” e così fece.
Scese nel profondo del mare, accarezzato dalle correnti e dalla poseidonia, e spostata una stella marina, rossa come il suo sangue, trovò la conchiglia che cercava.
Ci mise dentro tutto il rumore del mare, e tornò in superficie.
Ora aveva tutto quello che gli serviva per rilassarsi quando l’eccitazione del suo ricordo lo tormentava.
Ma loro erano figli del mare, quel rumore gli svegliava le forze che doveva lenire, e il maestrale della scogliera si infrangeva sul faro che voleva assopire.
Il rumore del mare dentro la conchiglia era il suono che cercavano per confondersi negli elementi, era il suono del loro respiro.
Allora prese la conchiglia, la ributtò in mare e si sedette sotto il faro, lei comunque sarebbe arrivata con la marea della sera, sarebbe arrivata come ogni sera.

Faro di Mangiabarche

Calasetta, il Faro di Mangiabarche (foto di Nicola Friargiu)

 

 

 

Moondance – Van Morrison

Moondance è un brano scritto da Van Morrison e la tittle track del suo album del 1970 “Moondance”. Non venne commercializzato come singolo fino al 1977.
È un brano prevalentemente acustico, costruito su un basso elettrico, ed accompagnato da pianoforte, chitarra, sassofono, e flauto, suonato con un lento swing jazz. La canzone parla dell’autunno, la stagione preferita del compositore. Verso la fine del brano, Morrison imita un sassofono, e nel testo viene inventata la parola “fantabulous”.
Moondance è alla posizione #226 della lista delle 500 migliori canzoni secondo Rolling Stone[1]  (da it.wikipedia.org)

“Well, it’s a marvelous night for a moondance
With the stars up above in your eyes
A fantabulous night to make romance
‘Neath the cover of October skies
And all the leaves on the trees are falling
To the sound of the breezes that blow
And I’m trying to please to the calling
Of your heart-strings that play soft and low
And all the night’s magic seems to whisper and hush
And all the soft moonlight seems to shine in your blush
Can I just have one more moondance with you, my love …”

 

Sfogo di una notte di mezza estate

In quella sua costante ricerca di essere mandata a quel paese ci doveva essere sicuramente qualcosa di diabolico.
Non era possibile che una donna così passionale fosse anche in grado di riuscire a rendersi antipatica e odiosa come solo lei sapeva fare.
Quel bisogno costante, assiduo e incommensurabile, perseguito con una glaciale devozione, nel mostrarsi così superficiale nei rapporti personali, non doveva essere solo frutto di uno sfogo egoistico.
I suoi alibi, forse anche legittimi, non potevano ogni volta scusare le sue mancanze di rispetto verso chi le voleva bene.
Perciò quella sera, mentre lei rinchiusa nella sua caverna credeva di avere lasciato tutto e tutti al di fuori, lui si presentò all’ingresso, e con tutta la voce che aveva dentro, le urlò di andare a quel paese … aspettò che anche gli echi della caverna rincarassero la dose per essere sicuro che il messaggio fosse arrivato, e soddisfatto tornò a casa.